Ora puoi tornare a casa, fratello

La foggia della guerra è sempre la stessa: sporca e rossa, a tratti disperata.
Ho salutato mia moglie guardandola fissa negli occhi, ma in questo momento non ricordo il suo volto, ma la sua voce. “Torna”, dice soltanto. Per me mia moglie è quella parola, torna, e nient’altro.
Di mio figlio sento solo lo sguardo. Come se mi stesse ancora guardando: l’ho lasciato sull’uscio della mia casa, con dietro i miei schiavi a salutarmi. Mio figlio non ha detto nulla, mi ha solo guardato.
Sotto il mio piede sento il terreno duro e aspro dell’estate. A breve sarà bagnato dal sudore e dal sangue, forse anche dal piscio dei nemici.
Antipatros dà un ordine e il plotone avanza. I miei compagni spingono da dietro. Per un attimo, mi sono scordato di come si marcia.
In lontananza, offuscati dai raggi del sole, i nemici ci stanno imitando. Si muovono come noi, alla nostra stessa velocità. L’unica differenza è il colore della pelle: la loro è bruciata dal sole, la nostra solo carezzata.
Comincio a sudare, quando le prime file della nostra squadra alzano il braccio destro e mirano con il loro giavellotto. Dietro lo scudo che ci appesantisce il braccio sinistro abbiamo una spada corta, ma preferisco combattere con un’arma a portata, per tenere lontano il mio avversario. Non ho paura: mio nonno e mi padre mi hanno insegnato che solo gli animali hanno paura del loro destino. Il mio destino è quello di difendere la mia terra.
Non credo che la guerra debba avere altre motivazioni: io non ne sento la necessità.
Se penso a mia moglie stuprata e uccisa, a mio figlio sgozzato e smembrato, la mia mano si muove da sola a cercare l’elsa della spada e la mia bocca si apre ad un ruggito.
La guerra è difendere la propria casa. Non capisco perché i nemici ci invadono: di cosa hanno paura? Io non ho alcuna intenzione di invadere la casa degli altri.
Tarachos mi urla di alzare lo scudo. Eseguo l’ordine abbassando la testa e cercando di coprirmi più possibile con il legno rotondo.
Le frecce nemiche piovono come in autunno. Sono fredde come la pioggia quando sfiorano, tagliandola, la mia coscia. Mi rialzo dopo la salva e mi guardo intorno: Phantinos e Stratonikos sono caduti, le gole trafitte dall’acciaio.
Antipatros ordina di rimetterci in marcia.
È il mio turno.
Riemergo al buio quando i miei piedi sono ormai coperti dal sangue. Cammino su una pozzanghera rossa alta due mani. Non sento nulla, se non i lamenti del soldato scuro al quale sto scavando il petto con la spada.
La estraggo con un gesto deciso, allontandomi senza fiatare dal nuovo cadavere.
Antipatros si avvicina. Ha una ferita al costato ma guarirà.
Mi guarda e sorride: “Ce l’abbiamo fatta”, dice.
Io non capisco.
“Abbiamo vinto.”
Per me è come se avesse detto: “Ora puoi tornare a casa, fratello”.
La Storia di Hiro-kun

“Dai, Hiro-kun, raccontaci la tua storia!”
Hiro era una ragazzo di trent’anni che viveva da solo in un piccolo appartamento nella periferia di Tokyo. Lavorava da un paio d’anni come commesso in un bel negozio di prodotti equo e solidali e amava molto quel lavoro.
Quella sera, come ogni venerdì, era andato in un pub con i suoi amici per bere qualcosa aspettando il sabato.
La storia alla quale Kumiko si riferiva era quella relativa al suo licenziamento da una grande multinazionale finanziaria.
“No, Kumiko-chan, stasera non mi va… Mi fa sempre venire i brividi, quella storia”, rispose lui, fissando la bottiglia di birra che aveva davanti.
Gli altri ragazzi iniziarono a guardare Hiro con aspettativa: sapevano che avrebbe ceduto, perché quella storia era troppo surreale per non raccontarla in giro.
La musica attorno a loro si smorzò e Kumiko sfiorò la mano di Hiro, esortandolo a raccontare.
“Ok, allora, ascoltate.
Prima di lavorare nel negozio equo e solidale, lavoravo in una grande azienda.
Odiavo quel lavoro per gli stessi motivi per cui lo odiano tutti: stavo ore e ore col culo sulla scrivania a pigiare i tastini del pc per far fare bella figura al capo di turno. Oltretutto, nel mio reparto tutti i miei colleghi erano oltre i cinquanta e mi trattavano come un ragazzino.
Ma io – lo sapete – ci sapevo fare: non mi sono laureato all’Università di Tokyo col massimo dei voti senza motivo!
Insomma, ero veramente giù.
Dopo qualche mese di questa vita, non sopportavo più quel dannato posto.
Una sera, a causa di un’emergenza, dovetti fermarmi a lavoro sino a tarda notte.
Ovviamente non c’era nessuno con me: non so gli altri piani dell’edificio, ma il mio era vuoto.
Verso le 11 decisi di prendermi una pausa. Mi alza, mi slacciai la cravatta e presi a camminare un po’ in giro fra gli uffici.
Accanto la scrivania di un superiore, vidi un set di mazze da golf e ne presi una.
No, non guardatemi male! Ero solo, in un edificio vuoto – per quel che ne sapevo io – di notte. Sì, avevo un po’ paura.
Insomma, con la mazza sulla spalla e una canzoncina da fischiettare, girovagavo per gli open space fino a che finii davanti l’ufficio del capo.
Entrai.
Era un ufficio enorme, tutto in marmo, con quadri italiani alle pareti. Qualcosa che rasentava il kitsch.
Mi sedetti sulla poltrona, bevvi un po’ del suo scotch e poi osservare la scrivania.
L’occhio mi cadde su un plico intitolato Razionamento delle Spese – Esuberi. Fra le prime pagine spuntò il mio nome, con questa nota: ‘A causa della mancata attitudine all’obbedienza’.
A causa della mancata attitudine all’obbedienza.
Ci credete? Che cazzo significa? Io ho lavorato al meglio delle mie capacità per otto mesi e alla fine vengo messo alle porte… per cosa? Perché non abbasso troppo la testa quando mi inchino? Perché non rido come un pazzo alle stronzate dei capi?
Vabe’, in ogni caso ho letto questa comunicazione e sono scoppiato.
Ho visto la mazza che avevo in mano e ho iniziato a sfasciare tutto, gridando come un pazzo.
La cosa è andata avanti solo per qualche minuto, ovvero sino a quando ho sentito qualcuno tossire dietro di me, come si fa quando si vuole richiamare l’attenzione.
Impietrito, mi sono voltato.
Per fortuna non ho trovato il capo, bensì una ragazza. Una ragazza mai vista.
‘Che stai facendo?’, mi ha chiesto.
Io ho sospirato, scosso il capo e ho detto solo: ‘Mi sfogo’ e col mento ho indicato il plico.
Lei capì e sorrise, di un sorriso dolce ma più sottile… Non so, lì per lì non mi ha dato nessuna sensazione negativs, ma ripensandoci…
In ogni caso, con estremo imbarazzo mi sono grattato la testa e ho detto: ‘Ora devo mettere tutto apposto’.
‘No, non devi’, mi ha risposto lei cogliendomi di sorpresa.
E, non ci crederete mai, si è spogliata.
Sì, ve lo giuro! Si è spogliata! Nuda! E mi ha sbattuto contro la scrivania e abbiamo fatto sesso. Per almeno un’ora e mezza.
Poi si è rivestita, mi ha salutato con un leggero imbarazzo e ha fatto per allontanarsi.
Io l’ho afferrata per un braccio e le ho detto: ‘No, aspetta! Come ti chiami? Rivediamoci!’, ma lei ha risposto che no, non era il caso, e che avrei solo dovuto essere contento per quell’occasione.
E nulla.”
“No, Hiro”, riprese Kumiko, “Racconta la parte migliore…”
“Be’, l’indomani tornai in ufficio facendo finta di niente. Ovviamente il capo aveva chiamato la polizia e sporto denuncia, ma nessuno mi immaginava così pazzo da distruggergli l’ufficio, per cui nessuno si curò di me.
Nei giorni successivi, prima del licenziamento, provai a chiedere in giro di questa ragazza.
Per caso, una vecchia impiegata aveva sentito la mia descrizione. Lei era assolutamente convinta che… la ragazza…”
“Dai, Hiro, dillo!”
“Ok, lo dico: la ragazza era la figlia del capo, suicidatasi due anni prima piena di odio verso quel padre che aveva anteposto l’impresa alla famiglia.”
“Esatto”, intervenne Kumiko, “Quindi la ragazzina ha voluto vendicarsi del padre, scopandogli nello studio!”
“Sì”, concluse Hiro, “È stata solo la vendetta di una ragazzina sola”.
Il lavoro di Mister GranBiscuì
Mister GranBiscuì amava alla follia il suo lavoro. Adorava sentire la pastafrolla nascere dalle sue dita, apprezzava la fragranza di una torta appena sfornata e sorrideva sempre quando vendeva le sue caramelle ai bambini del quartiere.
Ma c’era un giorno, più di tutti, che lo riempiva di gioia, ed era il venerdì sera.
Aveva scelto quella giornata affinché l’indomani i bambini, che non dovevano andare a scuola, avessero comunque un ottimo motivo per alzarsi dal letto e iniziare la giornata. Il sabato mattina era infatti l’unica giornata della settimana in cui si potevano gustare i Marshmallow di Mister GranBiscuì!
I suoi marshmallow erano grandi o piccini, dolci o dolcissimi, bianchi o coloratissimi: ce n’erano di tutti i tipi e i bambini, ogni sabato mattina, assaltavano la piccola pasticceria per mangiarne in quantità. Perché tanto, diceva lo stesso Mister Biscuì, i bambini non li mangiano mica tutti i giorni!
Accadde, però, che un venerdì sera si verificò una serie particolarissima di coincidenze.
Nel Paese delle Fatine Felici, la fatina Pilucca inciampò in una vibrissa di gatto; nella Stella X445 SL, l’alieno Franrollo ruppe una noce di cocco spaziale facendola cadere dal 4millesimo piano del suo grattacielo; lo scrittore Henrique Ivellas decise che le storie che avrebbe scritto da quel momento in poi sarebbero tutte iniziate con le parole “Questo mondo è azzurro”; infine, Mister GranBiscuì cominciò a lacrimare come una fontana per via di un’attacco di allergia acutissimo.
E, siccome quando una farfalla batte le ali nell’Oceano Pacifico, un uragano sconvolge le spiagge del Giappone, in un’unica lacrima si condensò tutta la stranezza degli universi rendendola magica.
Cadde, per pura sorte, in un pezzetto di marshmallow grezzo sul quale lavorava il grande pasticciere, infondendogli la vita.
Il pezzetto di marshmellow aprì due nuovi occhietti neri come il cioccolato, stirò le sue nuove manine e gambine bianche come lo zucchero e si tastò con attenzione il corpo tubolare verde e rosa e disse: “Io mi chiamo Mellyno”.
Il pasticciere smise di piangere, nello stesso istante in cui la fatina Pilucca si rialzava, l’alieno decideva di comprare un’arancia spaziale al posto del cocco, lo scrittore Henrique capiva che aveva stabilito qualcosa di troppo stupido.
“Ma tu parli!” balbettò lo chef.
“Sì, parlo. Vedo che non mi hai finito: mi aggiusti?” e, senza dire altro, la piccola palletta di zucchero si atteggiò a modello con uno stilista.
GranBiscuì non disse niente e, con tutta la maestria che possedevano le sue mani, modello per bene il corpo del dolce esserino affusolandogli il busto e tratteggiandogli una cresta sul capo a mo’ di capelli.
“Per essere dolce, lo sei sicuramente”, commentò il pasticciere, “carino pure. Ma cosa ne faccio di te? Non ti posso mica vendere così!”
Mellyno ci pensò su qualche istante, incrociando le braccia e ficcandosi in bocca un pezzetto di cannella.
“Ci sono altri come me, papà?”
“No, piccolino. Almeno non qui.”
“Allora ho deciso che vado in giro per il mondo a cercare altri come me.”
Il pasticciere preparò un fagottino per il marshmallow e glielo consegnò. Avrebbe voluto trattenerlo, ma decise di rispettarne le decisioni e così Mellyno uscì dalla Pasticceria di GranBiscuì.
Si sentiva molto solo.
Durante la strada, fece amicizia con un cagnolino (i gatti gli erano sembrati troppo presuntuosi), con un paio di bambini e perfino con la giraffa dello zoo.
Ma di caramelle come lui neanche l’ombra.
Fino a quando, mentre camminava in quella che gli uomini definivano una ‘metropoli’, sentì uno strillio acuto provenire da un vicolo.
Cautamente si avvicinò e sporse la testolina dall’angolo. Vide due paffuti canarini volteggiare sopra una piccola muffin terrorizzata che gridava cercando aiuto.
Mellyno si tolse lo zainetto, lo posò a terra e prese dei piccoli ciottoli che trovò vicino ai suoi piedi. Rosso in viso per la fatica, ne sollevò due e caricò verso gli uccellacci.
Gridava come un pazzo mentre muoveva le sue gambettine! Arrivato a distanza di tiro, lanciò il primo ciottolo accompagnando lo sforzo con uno “Uhoooo!” titanico. Sfiorò solo l’ala del primo uccellaccio, ma questo bastò ad impaurirli ed essi scapparono.
“Gra-grazie…”, borbottò la muffin.
Era tutta marrone chiaro, con qualche lentiggine cioccolatosa. Lentamente si rialzò e si ripulì dalla polvere della strada.
Mellyno lasciò cadere l’altro masso e riprese fiato. Arrossì ancora una volta, questa volta per la bellezza della merendina che aveva di fronte.
“Come stai?”
“Bene, adesso! Io sono Crostina, molto lieta.”
“Io Mellyno. Sei la prima come me che incontro.”
“Tu pure!”, riprese lei con entusiasmo, “pensavo fossi da sola!”.
“Da questo momento in poi non lo sarai più.”
E fu davvero così.
Per molti giorni i due dolcetti furono sempre insieme.
Viaggiavano ancora molto, vedendo cose belle e cose splendide.
Ma poi raggiunsero la periferia della città. Lì le cose erano molto diverse dalla metropoli. Nella città, i bambini erano sempre cicciotti e felici; nella periferia, invece, erano magri e tristi e venivano sempre sgridati dai propri genitori.
Non erano però cattivi. E, anzi, qualche volta salutavano le due meredine con un gran sorriso sulle labbra.
Un fresca mattina d’autunno, furono colpiti da un bambino in particolare: era magro, vestito di pochi, sottili abiti, e si trascinava dietro una coppia di genitori che litigavano ad alta voce.
Mellyno disse: “Com’è triste quel bambino…”
“Sì. Però che possiamo fare per lui? Non abbiamo niente!”, rispose Crostina.
“Seguiamolo: magari troveremo più avanti un modo per aiutarlo.”
Scoprirono che i genitori volevano liberarsi del bambino. Lui, essendo piuttosto piccolo, non riusciva a capire i discorsi di mamma e papà: usavano paroloni grossi e difficili e bisbigliavano di continuo. Ma Mellyno e Crostina erano merendine intelligenti ed intuirono il piano di quei due genitori. Così scrissero un biglietto al ragazzino avvertendolo del pericolo: “Va’ altrove, figliolo! Cerca qualcuno che possa prendersi cura di te!”, lo esortarono.
Il bambino li prese in parola e, la notte stessa, seguendo quel consiglio orfano, salì di nascosto su un treno diretto a nord, dove era convinto di trovare i suoi nonni.
“Loro mi vogliono bene”, ripeteva sottovoce.
Il vagone merci, dove il bambino aveva trovato rifugio, era freddo e solitario. Lui non aveva portato niente da mangiare con sé, così, dopo un giorno di viaggio ininterrotto, stava iniziando a patire la fame.
“Morirà di fame”, disse Crostina, “Ma che possiamo fare? A noi rimangono solo tre gocce di marmellata: a lui non ne basterebbero venti!”
Mellyno sapeva che lei aveva ragione, e taceva.
Alla fine del terzo giorno, il bambino si accasciò in un angolo, quasi incosciente. Per tutto il tempo, non aveva profferito parola: in silenzio, aveva aspettato. Ma probabilmente il suo corpicino non ce la faceva più, soprattutto ora che, andando sempre più a nord, il freddo cominciava a diventare davvero pungente.
“Morirà per certo”, disse Mellyno a Crostina, “e io non voglio”.
“E cosa facciamo?” rispose lei in lacrime.
“Ascolta, Crostina. Da quando papà GranBiscuì mi ha creato, ho visto un sacco di cose belle e ne ho fatte altrettante. Ho aiutato e sono stato aiutato. Poi ho conosciuto te, e ho saputo che cos’è l’amore. Poi ho visto lui, questo bambino, e ho capito cosa significa amare i bambini. Anche se lui non è mio figlio, io lo amo come se lo fosse e non posso non fare nulla.”
Le prese la mano e la guardò negli occhi.
“Continua a vivere la tua vita felice, come l’hai vissuta da quando ci siamo incontrati.”
“Mellyno! Io sono incinta!”
Lui sorrise orgoglioso e riprese: “Racconta ai nostri figli chi era loro padre e crescili con amore”.
Quella notta Mellyno scrisse una lettera al bambino. Non fece leggere il contenuto a Crostina, ma la mise fra le dita di quel loro figlio umano.
Poi gli si adagiò sul petto e lasciò scivolare via la vita, tornando ad essere solo un marshmellow.
Per il bambino, il primo fu il più bel morso della sua vita: quel marshmallow aveva il sapore della felicità, della vita.
Poi lesse la lettera e pianse.
“Crostina!” chiamò flebilmente.
La merendina si fece avanti. Aveva gli occhi gonfi di lacrime e le braccia piene dei suoi tre confettini appena nati.
“Crostina, ti prometto che baderò a te e ai tuoi piccoli come se foste la mia famiglia. Scusami per tuo marito. Non lo dimenticherò mai.”
E, da quel momento, Crostina e i suoi tre pargoli vissero felici nella casa dei nonni di quel ragazzino, salvato dal sacrificio di Mellyno.
- Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando.
Silenzio.
- Che sia troppo tardi, madame.
Pic via GoogleGraffiti
Quote da “Oceano Mare” di Baricco
Stelle d’Irlanda
Eileen si era innomarata di Ryann da subito: il modo in cui faceva imbronciava il muso a lezione quando si annoiava; la sua strana maniera di tenere la penna mentre scriveva; i suoi occhi che guardavano lontano.
Stava spesso a sentirlo durante le riunioni d’istituto. Parlava con foga della libertà dell’Irlanda e del modo di ottenerla. Era sicuro che la giustizia si trovasse dalla sua parte, dalla parte dei ragazzi che sanno ragionare, che manifestano contro le bombe e i fucili.
Eileen non gli aveva mai chiesto però di uscire. Non si sentiva abbastanza interessante per quell’affascinante guerriero della parola. Stavano però spesso seduti insieme durante le lezioni. Lei era molto brava in italiano e in matematica, e spesso lo aiutava a prepararsi per i compiti in classe. Gli correggeva anche il modo di tenere le matite e, nel farlo, si portava dietro un’orecchio una ciocca di capelli rossa, per mascherare le vergogna.
Lui le sorrideva spesso. In vero, lo faceva un po’ con tutte, ma la ragazza si convinceva che verso di lei lui mostrasse un interesse differente, come fanno tutte le piccole principesse che non sanno ancora nulla del mondo degli uomini.
Era inverno. L’Irlanda d’inverno diventa brulla e aspra, oltre che grigia e sporca.
Davanti la scuola, vide un altro ragazzo passare a Ryann un foglietto di nascosto. Ryann lo prese e per tutto il giorno restò in silenzio, seduto nel suo banco.
Quando, alla fine delle lezioni, lei provò ad attaccare bottone, lui si scusò con un sorriso e si diresse verso casa da solo.
Allora lei lo seguì, stanca di non poter pretendere da lui l’amore che ella immaginava dovesse già esserci.
“Perché mi segui?”, si sentì domandare.
“Ryann… Ecco…”
Lei si fermò in mezzo al marciapiede, mentre cadeva neve sciolta dalle nuvole.
“Vuoi venire con me? Se c’è qualcuno che vorrei portare con me stasera, sei tu.”
Lui sorrise ancora, ma c’era una profonda tristezza in quelle labbra.
Ma lei non volle accorgersene e radiosa lo accompagnò, tenendolo per mano.
Progettavano un attentato.
Lei all’inizio non si era resa conto di nulla, ma poi vide pistole e bombe, rudimentali molotov e mappe della città.
“Domani”, stava dicendo qualcuno a cui era stato assegnato il ruolo di capo, “l’ambasciatore inglese verrà in visita alla chiesa protestante. Dobbiamo fargli capire che è finita l’era dei soprusi”.
Erano tutti ragazzi, un po’ più grandi di Ryann forse, ma solo ragazzi, innamorati dei libri e della bella storia che si legge sui di essi.
E tremavano tutti di paura, anche se cercavano di nasconderla.
Dopo la riunione, Ryann si avvicino ad Eileen, portandola in disparte.
“Scusami. Non ho potuto dirlo a nessuno. Solo a te.”
“Ryann, non puoi.”
“No, non posso, ma devo. Le parole non sono servite a niente.”
“Ma se poi muori?”
“I miei genitori piangeranno un martire.”
Lei lo schiaffeggiò, lui si lasciò colpire rimanendo immobile.
“Mi piaci”, rispose invece.
Quella sera fecero l’amore. Era la prima volta per entrambi: all’inizio fu imbarazzante, doloroso, difficile; poi venne la parte bella e impararono ad amare l’amore.
Si addormentarono stretti uno all’altra nel letto. A casa di Eileen governavano il silenzio e la solitudine.
“Non so che dire”, fece lei.
“Pensa intensamente a tutto quello che provi in questo momento.”
Silenzio.
“Lo sto facendo anch’io, Eileen.”
Ryann Doughter morì quella mattina stessa, fucilato da una delle guardie dell’ambasciatore britannico.
Il plotone di ribelli era riuscito a scagliare una salva di bombe sulla delegazione, uccidendo e ferendo molti fra i militari di scorta, sebbene senza colpire nessuno di veramente importante.
Il fuoco di risposta colpì tutti loro: nessuno sopravvisse, e i genitori furono costretti a sporcarsi le ginocchia per raccogliere dall’asfalto brandelli di figli.
Nessuno di loro pianse, perché sapevano fin troppo bene di chi era la colpa.
E le colpe dei genitori non dovrebbero mai ricadere sui figli.
Eileen crebbe bella e intelligente.
Andò in America a studiare e divenne una figura di eccellenza nel suo campo. Da quando a 18 anni lasciò l’Irlanda, non vi mise mai più piede, costringendosi a lavorare pur di pagare il biglietto per i viaggi dei suoi genitori.
Eileen si sposò, dopo anni, ed ebbe un figlio. Aveva gli stessi occhi di Ryann, sembrava a lei, e pertanto lo chiamò così. Al marito disse solo: “Mi piace molto, questo nome” e ogni volta che lo pensava, stringeva a sè quel bambino che era nato sotto una cara stella.